DIETRO L’OBIETTIVO, OLTRE LA TRANSENNA: PUNKADEKA!


Quindi… Circolo Magnolia, ci risiamo.

Dal post che avevo scritto sui Rise Against, non ero più tornato a un concerto a Milano.
Triste, lo so.

Ora, sull’orlo di perdere definitivamente la sanità mentale tra candidature di lavoro (e una frustrante mancanza di risposte) e il fantastico follow-up del Career Center della mia università — se il sarcasmo fosse un coltello, lasciatemelo dire, ci verrebbe fuori un sashimi della madonna — sto cercando in tutti i modi di non farmi inghiottire dalla disperazione di vivere in una piccola città dove non succede assolutamente un cazzo.

Per fortuna — e con “per fortuna” intendo dire che ho iniziato personalmente a prendere a calci gli ingranaggi del destino — mi sono messo a cercare concerti e venue da frequentare.
Ma questa volta non da fanboy.
Da fotografo.
Vi ricordate la mia bucket list?
Beh…
Spunta: fatta.

IL PUNK NON È MORTO. SI È SOLO TRASFERITO A SEGRATE.

C’era un evento in particolare che continuava a chiamarmi: Punkadeka!
Una congregazione italiana di disadattati punk-ska-folk-rock che continua stoicamente a fare la sua parte per impedire che il buon gusto musicale si estingua.
(Dai, La Sad. Tornate qui. Volevo vedervi live!)
E gli headliner?

Nientemeno che i motherfucking MxPx.

La definizione perfetta di oldies but goldies.
Li ascolto più o meno dal 2006 — anche se, per qualche strano motivo, ho dei vaghi ricordi legati a loro che risalgono addirittura al 2002.
Su questo discutibile pezzo di memoria cerebrale torniamo tra un attimo.
Gli MxPx sono una di quelle band che, quasi senza accorgermene, hanno finito per accompagnare diversi momenti della mia vita.
C’è stato lo sfogarsi con Secret Weapon.
Ci sono stati i tenerissimi momenti ascoltando Everything Sucks (When You’re Gone) — grazie per avermi fatto pensare alla mia ex, stronzi — e poi c’era quella che probabilmente è sempre stata la mia preferita:
Kids in America.
(Sì. La cover.)
Ed è qui che il mio cervello ha apparentemente deciso di crearsi un universo cinematografico tutto suo.
Per ANNI sono stato convinto di aver sentito quella canzone nel primo film dei Digimon.
Nella mia testa era tutto perfettamente mescolato: Digimon, caos dei primi anni 2000, Kids in America…
E invece, a quanto pare, mi sbagliavo.
Quindi le possibilità sono due: o la mia memoria è completamente fottuta, oppure da qualche parte nel multiverso esiste una versione superiore del film dei Digimon con gli MxPx nella colonna sonora.
Io scelgo la seconda.

QUINDI HO CHIESTO 

Non esisteva al mondo che mi lasciassi scappare questa occasione.
Ho scritto agli organizzatori chiedendo se potevo fotografare il festival e, con mia grande sorpresa…
mi hanno detto di sì.
Hanno deciso di fidarsi di uno straniero sconosciuto con esattamente zero concerti di esperienza come fotografo live e lasciarlo piazzare tra il palco e qualche centinaio di fan del punk.
Certo, non ero l’unico fotografo.
Però.
Si sono fidati di me.
E questo significava che, invece di nascondere una macchina fotografica da qualche parte e cercare di rubare due foto come una specie di goblin della fotografia, ero davvero lì.
Con un accredito.
In prima linea.
Pronto a fotografare le band.
E, apparentemente, pronto anche a intercettare calci volanti, scarpe e occasionali testate gentilmente offerte dai crowdsurfer che arrivavano oltre la transenna.
Il che mi ha anche permesso di assistere a quello che posso descrivere soltanto come un meraviglioso momento di amore a prima vista tra una crowdsurfer e un ragazzo della security.

I loro sguardi si incrociano.
Il tempo si ferma.
Lui la prende dolcemente tra le braccia.
Il punk è bellissimo.
E poi la scaraventa fuori dal palco.
Il punk è ancora bellissimo.

ASPETTA. SONO DAVVERO IO IL FOTOGRAFO?

Comunque, torniamo al punto.
Ero lì come fotografo.
Non con la macchina nascosta.
Non facendo finta.
Non come “quello che si è portato la Nikon”. (Io uso Sony)
Un fotografo vero.
Un fotografo leggermente timido e internamente nel panico…
ma vero.
GRAZIE PER LA FIDUCIA, PUNKADEKA!
E porca puttana, che modo di debuttare.
Nove band.
Nove performance completamente diverse.
Nove opportunità per fare una foto della madonna oppure scoprire un nuovo e creativo modo di mandare tutto a puttane.
Quindi lasciate che vi presenti quella che posso descrivere soltanto come:

UNA FORMAZIONE DI NOVE BADASS

ALREADY BURIED

I frontliner. Attitudine ruvida, swagger a volontà e praticamente l’equivalente musicale di qualcuno che sfonda la porta a calci e ti urla: “Sì. Ecco come andrà la tua giornata.”
Bene. Ci stavo.

LILLIANS

Un vibe della madonna. Grande presenza sul palco, tantissima interazione e nel giro di poco stavano già chiamando tutti ad avvicinarsi e unirsi alla festa.
A questo punto stavo iniziando a capire una cosa importante:
Fotografare musicisti punk diventa considerevolmente più difficile quando rifiutano categoricamente di stare fermi.
Chi l’avrebbe mai detto?

LIBIDINE

Questi non hanno semplicemente suonato sul palco. Se lo sono preso.
Brindisi con il pubblico, movimento continuo, divertimento…
E sinceramente c’è qualcosa di contagioso nel vedere una band che sembra essere esattamente nel posto in cui vuole essere, godendosi ogni secondo del proprio show.

TRAUMA

Energia pura. Una performance potente, una presenza fortissima e assolutamente nessuna intenzione di concedere una pausa né al pubblico né al mio dito sull’otturatore.

DURACEL

Carisma ed energia ovunque.
Quel tipo di attitudine che rende una band tremendamente divertente da fotografare, perché ogni pochi secondi qualcuno ti regala un altro momento che vale la pena catturare.
Almeno quando il tuo autofocus decide di collaborare.

UGUAGLIANZA

Uno dei miei tipi di performance preferiti: facce rilassate, sorrisi… mentre contemporaneamente distruggono il palco.
C’è qualcosa di meraviglioso nel vedere dei musicisti che sembrano divertirsi come bambini mentre davanti a loro creano il caos più assoluto.
E poi…
Le cose hanno iniziato a scaldarsi.

GRADE 2

Porca puttana.
La voce, il suono, la presenza sul palco — improvvisamente sembrava tutto più grande.
È stato più o meno qui che il festival ha cambiato marcia.
Il pubblico si è fatto più pesante, il movimento più selvaggio e quel piccolo e rassicurante pit fotografico nel quale stavo iniziando a sentirmi comodo ha cominciato ad assomigliare sempre di più a un posto dove avrei potuto ricevere una scarpa direttamente sul cranio.
Il che, naturalmente, significava che le cose stavano andando alla grande.

Ed è stato più o meno nel mezzo di tutto questo che il mio cervello, per un attimo, ha smesso di preoccuparsi delle impostazioni, del focus e della possibilità che il prossimo crowdsurfer mi tirasse un calcio in testa.
Una parte di me ha improvvisamente realizzato:
Aspetta un attimo… sto praticamente vivendo un sogno.
Ero in prima fila a un festival punk senza aver dovuto fare sei ore di coda prima del concerto, disidratandomi lentamente sotto il sole e difendendo con la vita i miei preziosissimi 40 centimetri di transenna.
Potevo andarmene.
Prendere dell’acqua.
Mangiare una pizza.

(Shoutout alle leggende assolute che lavoravano agli stand del cibo con quel caldo estivo, tra l’altro. Almeno avevate una cazzo di colonna sonora spettacolare che entrava in cucina.)
E poi…
potevo semplicemente tornare davanti.
Di nuovo vicino alle casse, abbastanza potenti da riorganizzarmi gli organi interni.
Di nuovo dentro quel ritmo che fa battere il mio cuore in maniera un po’ diversa.
Era una sensazione della madonna.
Ma c’era anche qualcosa di strano.
Perché, per la prima volta durante un concerto, mi sentivo diviso in due persone completamente diverse.
C’era il Me Fotografo:
Prendi lo scatto. Guarda la luce. Dov’è il fuoco? PERCHÉ CAZZO STAI METTENDO A FUOCO QUELLO? Aspetta il salto. Merda. Perso. Riprova.
E poi c’era il Me Fanboy, che guardava il mosh pit trasformarsi lentamente in un meraviglioso caos di gente sudata:

E sinceramente?
Entrambi si stavano divertendo da morire.
Un secondo cercavo di inchiodare lo scatto perfetto mentre litigavo mentalmente con l’autofocus.
Quello dopo guardavo il pubblico desiderando di poter lasciare la macchina fotografica in un posto sicuro, saltare dall’altra parte e sparire dentro il pit.
E nel mezzo di tutto questo ogni tanto mi ricordavo di essere riuscito, non si sa come, a portarmi dietro la cazzo di scheda di memoria sbagliata.
Certo che l’ho fatto.
Primo concerto da fotografo e apparentemente avevo bisogno di selezionare anche la difficoltà extra.
Quindi eccomi lì: lo spazio sulla scheda che diventava sempre più prezioso, l’autofocus che ogni tanto decideva di aver sviluppato una propria indipendenza artistica, le mie orecchie massacrate dalle casse…
…e io che volevo disperatamente trovarmi da entrambi i lati della transenna nello stesso momento.
È una cosa che non avevo mai davvero capito della fotografia live finché non mi sono trovato lì.
Essere davanti non significa necessariamente essere più vicino al concerto.
È semplicemente un modo completamente diverso di viverlo.
Da un lato, cerchi il momento.
Dall’altro, ti perdi completamente dentro quel momento.
E a quanto pare…
amo alla follia entrambi.
E poi è arrivato Talco.

TALCO

Che volete che vi dica?
Talco è Talco.
Una band folk-punk italiana tremendamente potente, con quel tipo di musica che non chiede veramente al pubblico di partecipare.
Lo evoca.
Il sangue folk gli scorre nelle vene e in qualche modo finisce direttamente dentro il pubblico.
La gente canta.
Salta.
Urla.
E collettivamente dimentica che domani le proprie ginocchia gli ricorderanno che non hanno più sedici anni.
Prima del festival, Talco era una delle uniche due band della lineup che conoscevo già.
Folk-punk italiano per il quale vale assolutamente la pena sacrificare sangue, una capra e una foto di Maradona.
E sì.
La foto di Maradona è importante.
Amano Maradona.
Ma poi…
Stop.
Torniamo indietro.
Perché mancava ancora una band.

MOTHERFUCKING MXPX

Ci siamo.
La band che ero venuto a vedere.
La band per cui stavo conservando scatti e spazio sulla scheda.
Una band che esiste da abbastanza tempo da essere ormai parte della storia del punk sale sul palco e, a quanto pare, decide che semplicemente camminare non sarebbe stato abbastanza drammatico.

Calcio volante.
Cominciamo con un calcio volante.
Perfetto.
Da lì in poi gli MxPx hanno travolto lo show.

Chitarre che volavano per aria.
Movimento continuo.
Salti.
Sorrisi.
Un’energia assurda.
Mike Herrera che dominava il palco come se fosse semplicemente un altro martedì dopo decenni passati a fare esattamente questo.

E nel frattempo io ero lì a pensare:
Non mandare tutto a puttane.

Perché improvvisamente non ero più io che fotografavo un concerto qualsiasi per fare pratica.
Ero a pochi metri dagli MxPx, macchina fotografica tra le mani, a fotografare una band le cui canzoni mi rimbalzano nella testa da qualcosa che ormai si avvicina ai vent’anni.
Ogni pochi secondi c’era un altro scatto.

Un altro salto.
Un’altra chitarra per aria.
Un altro momento in cui il mio cervello voleva smettere immediatamente di fare il fotografo e tornare semplicemente a:
PORCA PUTTANA, SONO GLI MXPX.
Ma ho continuato a scattare.
E ho amato ogni cazzo di secondo della loro performance.

Prima di arrivare al Punkadeka conoscevo davvero due band della lineup:
Talco e MxPx.
Alla fine della serata?
Tutta la cazzo di lineup era una bomba.

E da qualche parte tra il primo click dell’otturatore, le chitarre volanti, i crowdsurfer e il ragazzo della security che aveva brevemente trovato l’amore della sua vita prima di scaraventarla via dal palco…
avevo fotografato nove band.
Il mio primo concerto.
Dall’altro lato della transenna.

Spunta del cazzo: fatta.

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